Critica

Massimo Chiti, New Pop o Ipertestualità?

Il lavoro visuale di Massimo Chiti si incentra su una continua riflessione intorno ai linguaggi comunicativi condivisi nella società contemporanea. Massimo vuol parlarci e quindi, preliminarmente, si appropria di una grammatica e di una sintassi idonea ad interfacciarsi con la moltitudine degli individui con cui quotidianamente si relaziona. Si allontana dalla condizione di intellettuale elitario e demiurgo, detentore di una consapevolezza superiore ed impegnato a guidare i suoi simili. Con il suo operare ridefinisce il ruolo dell’artista come portavoce e medium di una società, voce critica, ma comunque interprete di un sentire condiviso.

E se il linguaggio visivo, più ancora del parlato e dello scritto, è prioritario nel mondo globale del XXI secolo, è ovvio che si scelga, fra le infinite sperimentazioni consegnateci dei maestri della Modernità, quelle capaci di interloquire più diffusamente con strati diversificati di socialità. Massimo fa proprie molte delle sperimentazioni artistiche più recenti, ma sceglie un linguaggio con chiari riferimenti all’esperienza Pop, sia relativamente alle tecniche che ai soggetti. Riconoscere i propri padri è strumentale a fornire un approccio, a facilitare un avvicinamento. Ma niente più! Certo Massimo si concentra su volti e figure iconiche appartenenti al bagaglio condiviso dall’uomo medio occidentale, e su queste interviene con gli strumenti specifici dell’operatore visivo, come aveva già sperimentato Warhol. Ma le analogie finiscono qui. Non è più sufficiente denunciare l’aspetto misticante della società dei consumi, con la globalizzazione occorrono strumenti di analisi più sottili e ipotesi decostruttive e ricostruttive più complesse.

Se Warhol combina serigrafia e fotografia per proporci un modo tecnicamente “facile” di produrre e riprodurre immagini, se Mimmo Rotella, con i suoi “décollage” cerca di affermare tracce di un vissuto, Massimo costruisce, con la sua padronanza di tecniche  e materiali della contemporaneità, mappe concettuali complesse per orientare la riflessione e suggerire ulteriori percorsi critici.
Nelle sue opere collage e décollage si uniscono a manipolazioni in fase di stampa e a interventi pittorici che ripropongono gli strumenti classici della composizione, e dell’equilibrio cromatico; niente è ready-made strappato alla banalità del quotidiano: anche quando ricicla tappi di bottiglia li manipola trasformandoli in tessere di mosaico, tappi, strasse e frammenti di cristalli portano al combine-painting, ma solo per rafforzare l’energia espressiva delle combinazioni di immagini. Riconosciamo subito il volto di David Bowie o di Sophia Loren, ma è il magma indistinto di frammenti iconografici che compongono(o scompongono?) tali immagini mitiche ad innescare un corto circuito che moltiplica le associazioni ed i richiami. Vari echi si intersecano e vanno a rendere ancora più polimorfa la natura dell’immagine, figure e oggetti, insieme e frammenti perdono la loro matrice originaria ed acquistano un’identità altra. La leggerezza impalpabile delle carte e dei colori stampati lascia il posto (o si combina) alla fisicità di materiali presi a prestito da ambiti diversi (il tappo di bottiglia, lo strasse, il cristallo), non tanto per conquistare una plasticità spaziale, quanto per costruire una dialettica tra realtà, apparenza e illusione.

Anche il trattamento con resina cristallizza il processo eliminando ogni possibile depauperamento futuro. Assistiamo al capovolgimento del processo che ci proponeva Rotella e cogliamo le specificità di Chiti: non ci limitiamo a estrapolare dalla vita vissuta frammenti carichi di pathos, ma costruiamo con pazienza una rete di associazioni d’idee (per immagini) capaci di reinterpretare la realtà e di suggerire ulteriori arricchimenti e trasformazioni.
Un modo per far riflettere sulla precarietà e sulla fragilità dell’essere umano e di tutte le cose, in un continuo fluire dove anche i contrari si dissolvono l’uno nell’altro. Le forme, apparentemente riconoscibili come icone condivise, si frantumano e si ricompongono, si lacerano e ricostruiscono temporanei equilibri e ne creano di nuovi, polimorfi, inusitati e inaspettati, mentre il ghigno si trasforma in sorriso, la sofferenza in gioia, la serietà in gioco ammiccante.

La memoria è sempre più forte della percezione retinica e quest’ultima serve ad attivare la prima.

E allora potremmo lasciarci attirare dai miti popolari che Massimo Chiti ci propone ma poi guardare i suoi lavori come tavole da meditazione dove ricercare ossimori e palindromi per costruire ulteriori connessioni di senso del tutto personali.

Roberto Agnoletti